Fondi comuni di investimento o ETF?

rendimento etf
Mediobanca annualmente pubblica un'Indagine su fondi e SICAV di diritto italiano , una ricerca molto interessante che evidenzia con i numeri la situazione del risparmio gestito in Italia. L'ultima ricerca disponibile, pubblicata a inizio anno, copre il periodo 1984-2015 e riporta i dati dei 1003 principali fondi e SICAV di diritto italiano.

La raccolta netta dei fondi di investimento in Italia è positiva dal 2013. Ma, come ho avuto più volte modo di rimarcare, la spinta ad investire in fondi non viene tanto dai risparmiatori, ma dagli intermediari (banche e promotori). Non a caso infatti quando le banche avevano bisogno di liquidità, i risparmiatori italiani sottoscrivevano le loro obbligazioni trascurando i fondi. Dopo gli interventi della BCE, con le banche a caccia questa volta di ricavi (leggasi commissioni), guarda caso gli italiani hanno cominciato "spontaneamente" a investire in fondi e polizze vita.

Nulla di così negativo se l'investimento fosse il classico win-win, ossia dove tutti vincono. La realtà è invece che solo gestori e intermediari vincono e qualcuno perde (indovina chi?). Ma vediamolo meglio con i numeri dell'indagine di Mediobanca.


I costi di gestione dei fondi

I costi di gestione dei fondi d'investimento proposti in Italia nel 2015 sono saliti all’1,3% del patrimonio in gestione  (1,5% considerando i soli fondi comuni aperti) con la punta del 2,9% nel comparto azionario (massimo storico già toccato nel 2013).

Sono giustificati? Cominciamo a fare i confronti con quello che succede all'estero. 
Il raffronto con gli Stati Uniti non dà adito a dubbi: i fondi italiani sono molto costosi. Gli oneri medi dei fondi statunitensi nel 2015 sono stati pari allo 0,68% negli azionari (un quarto di quanto si paga in Italia), 0,54% per gli obbligazionari e  0,13% per i monetari.

Quali sono questi costi? Ci sono anzitutto le commissioni di ingresso e uscita, una spesa una tantum che si paga (o si può pagare, visto che non sempre è prevista) in percentuale quando si sottoscrive o si chiede il rimborso dei fondi. C'è poi la commissone di gestione, una percentuale che si paga ogni anno sul patrimonio gestito. Fin qui siamo ai costi più visibili. Ma ci sono altri costi invisibili o meno facili da scovare.

Le commissioni di incentivo e il TER


Il primo è la commissione di incentivo. Si tratta di una provvigione pagata al gestore quando ha fatto bene il suo lavoro, una sorta di premio. Un costo aggiuntivo che i gestori giustificano così “allinea gli interessi dei sottoscrittori a quelli della Sgr, ossia ottenere uno spread di rendimento via via crescente rispetto al mercato di riferimento”. Giusto in teoria, ma nella pratica?

Nella pratica ci sono diverse modalità di applicazione di questo costo, applicazioni che portano a situazioni assurde quali:
  • si paga il premio anche solo per aver battuto il mercato di riferimento (benchmark). In pratica basta far meglio del punto di riferimento, cosa che dovrebbe essere scontata, altrimenti perché pago alte commissioni per una gestione attiva? Una versione più corretta dovrebbe invece prevedere un premio solo quando si è performato notevolmente meglio rispetto al benchmark;
  • si paga il premio anche in casi di rendimento negativo. Per esempio se il benchmark ha fatto -5% e il fondo fa -4%;
  • si paga un premio anche quando complessivamente si è fatto peggio del benchmark. L'incentivo viene infatti calcolato in genere con cadenza annuale (prima dell'intervento dei regolatori anche con cadenze inferiori). Questo comporta che se un anno il mio fondo ha fatto peggio del 10% del mercato e l'anno dopo fa meglio dell'1%, pago la commissione di incentivo nel secondo anno anche se è chiaro che considerando l'intero periodo biennale il fondo ha reso meno dell'indice di riferimento.
La commissione di incentivo, anche se meno nota, è comunque riportata (con relativa metodologia di calcolo) nel prospetto del fondo.
Meno facile invece individuare un altro costo, il costo operativo dovuto alle negoziazioni. E' infatti evidente che il fondo movimenta il patrimonio effettuando acquisti e vendite di titoli. Operazioni che hanno un costo di negoziazione.
Un fondo però, avendo in genere un orizzonte temporale di medio-lungo periodo (almeno questo ci dicono quando li sottoscriviamo), non dovrebbe movimentare troppo il patrimonio.

La realtà è però diversa. Pur essendo sceso al minimo storico nel 2015, la rotazione del portafoglio dei fondi italiani si è confermata elevata. Stando all'indagine di Mediobanca, il livello di turnover (il periodo in cui l'intero patrimonio viene modificato tramite nuove compravendite) è intorno agli 11 mesi, contro gli oltre due anni dei fondi americani. In sintesi: i fondi italiani fanno oltre il doppio delle operazioni dei fondi americani, operazioni il cui costo si scarica sui sottoscrittori. Come riporta la ricerca "si tratta di valori anomali nel contesto internazionale. La gestione continua ad avvenire su visioni di brevissimo periodo". Però se chiedi di disinvestire da un fondo, ti replicano che è prematuro, perché i risultati vanno considerati nel medio-lungo termine.

Se non tutti i costi sono semplici da individuare, la normativa ci mette a disposizione uno strumento per fare confronti: il TER (Total Expense Ratio). Il TER è il primo parametro per valutare il costo di gestione dei fondi comuni in quanto comprende tutte le commissioni (ingresso, uscita, gestione, incentivo), le spese della società di revisione e della banca depositaria, altri oneri a carico del fondo e anche i costi di transazione derivanti dall’attività di compravendita. 

In un mondo perfetto, o quanto meno di buon senso, a maggior TER dovrebbe comportare un maggiore rendimento atteso. Sai già che la risposta non è così, come leggerai nel prossimo paragrafo.

I rendimenti dei fondi

confronto etf fondi
In base alla ricerca di Mediobanca i rendimenti dei fondi italiani sono ancora insoddisfacenti: chi avesse investito in tutti i fondi comuni aperti italiani negli ultimi 32 anni avrebbe subìto, rispetto ad un impiego annuale in BOT a 12 mesi, una perdita poco inferiore a una volta il patrimonio iniziale (aumentato nel periodo di 4,15 volte contro le 5 dei BOT). Sulla base del tasso risk free dei Bot, il rendimento dei fondi aperti mette in evidenza una distruzione di valore pari a circa 84 miliardi di euro nell’ultimo quindicennio.

"Con la parziale eccezione dei fondi pensione il panorama è desolante: sembrerebbe che lo scopo di fondi aperti e Sicav sia quello di generare commissioni più che produrre valore per il risparmiatore. Infatti, a fronte di 92,8 miliardi di incrementi di valore dei patrimoni generati in 32 anni, le commissioni complessive incassate dal sistema del risparmio gestito sono state di 72,6 miliardi. È il costo che l’intermediazione finanziaria fa gravare sul risparmiatore in Italia mentre la situazione all’estero è diversa. Negli Usa, per esempio, il costo è tre volte inferiore a quello sostenuto dai risparmiatori del Belpaese". 


Riassumendo quindi i fondi rendono mediamente meno del mercato, addirittura nel lungo periodo hanno reso meno del più banale dei titoli di Stato (Bot). Il risparmiatore quindi, pur avendo visto crescere il suo patrimonio (come è normale in un periodo di 32 anni) avrebbe avuto alternative migliori.

A guadagnarci è stato quindi solo il "sistema del risparmio gestito" che si è intascato 72,6 miliardi per un pessimo lavoro. Miliardi divisi tra intermediari (banche e reti di promotori) e gestori (società di gestione del risparmio e sicav).
Un'altra delle storture del sistema è infatti che le reti distributive incassano mediamente oltre i due terzi delle commissioni di gestione. Non stupisce dunque che la spinta commerciale sia elevata. La beffa è che banche e Simi si intascano commissioni non a fronte di una reale consuelenza fornita nell'interesse del risparmiatore, ma valutando le retrocessioni che si possono incamerare.


Le alternative ai fondi 


I numeri della ricerca di Mediobanca confermano quindi le motivazioni che mi spingono a consigliare di evitare i fondi di investimento.
"L’industria dei fondi continua a rappresentare un elemento distruttivo di ricchezza per l’economia del Paese. Ove si tenesse conto del premio al rischio per la componente azionaria, la distruzione di ricchezza dal 2006 al 2015 sarebbe nell’ordine dei 42 miliardi di euro, importo che aumenta a 136 miliardi considerando il quindicennio che inizia nel 2001."

Il vantaggio dei fondi di investimento è consentire anche al piccolo risparmiatore di investire in diversi mercati e sfruttare il principio della diversificazione. Ma oggi che sono disponibili centinaia di ETF che rendono lo stesso servizio ma a costi ben inferiori, tutto il settore dei fondi comuni di investimento italiano (banche, promotori e società di gestione) è semplicemente un servizio che non offre alcun valore aggiunto. Un parassita insomma!


Buone o brutte che siano, le performance sono incerte, quindi non possiamo conoscerle in anticipo. Invece i costi sono in larga parte certi. Visto che i dati confermano che i fondi non sono stati mediamente in grado di fare meglio del mercato, è preferibile scegliere lo strumento che replica il mercato stesso e con un costo più basso.  Pagare di più non offre migliori prospettive di performance. L’unica cosa garantita è un rendimento inferiore per effetto dei maggiori costi.

Purtroppo troppi italiani, pur non lamentandosi delle banche in generale, si fidono poi della loro banca. Il problema quind sta nella cultura finanziaria degli italiani, perché anche in America, i fondi di investimento sono stati costretti a ridurre i costi e a migliorare i servizi grazie alla concorrenza dei fondi passivi.

Fondi passivi che sono in crescita anche in Italia, grazie ad una scelta ormai ampia di ETF nella Borsa italiana. Seleziona il mercato di riferimento e poi scegli in base ai costi e alla liquidità dello strumento (il numero di pezzi scambiati quotidianamente, indicatore che segnala la facilità di rivendere lo strumento). Ti possono essere utili anche strumenti di costruzione del portafoglio di Etf (JustETF) o di confronto del tuo fondo con le alternative di mercato (reFees).

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