Il Tfr in busta paga non conviene mai. Le alternative

tfr in busta pagaUna delle  maggiori novità della legge di Stabilità presentata dal Governo è la possibilità per i lavoratori di ricevere mensilmente la quota di TFR direttamente in busta paga, senza dover aspettare la fine del rapporto di lavoro.

Si tratta di una misura pensata soprattutto per spingere i consumi con grande lucro da parte dello Stato che incassa subito maggiori tasse.  Conviene invece al lavoratore farsi anticipare subito il TFR?


Caratteristiche dell’anticipo del TFR

Chi ne ha diritto

Anzitutto la scelta è facoltativa, deve quindi essere richiesta esplicitamente dal lavoratore.
Possono richiedere il pagamento del Tfr in busta paga i dipendenti privati con anzianità lavorativa (presso lo stesso datore di lavoro) di almeno 6 mesi. Sono esclusi i lavoratori domestici e agricoli e i dipendenti di aziende in crisi o con una procedura concorsuale aperta, oltre ai dipendenti pubblici. Possono optare per la scelta in busta paga anche coloro che hanno già  aderito a un fondo di previdenza integrativa.

Quando?

L’operazione è temporalmente limitata alle buste paga comprese tra marzo 2015 e giugno 2018. Una volta effettuata la scelta, non la si potrà revocare.
Sarà versata ogni mese in busta paga la quota di TFR maturata nel periodo, anche se normalmente destinata alla previdenza complementare (in questo caso nel fondo pensione verranno versati solo i contributi del dipendente e del datore di lavoro).

Tassazione

La retribuzione derivante dall’anticipo del Tfr è considerata retribuzione ordinaria, per cui scatta la normale tassazione Irpef in base agli scaglioni di imposta dal 23 al 43% (più aliquote locali).
Il reddito aggiuntivo non viene considerato nel tetto per ottenere il bonus da 80 euro, non si rischia quindi di perderlo. Ma l’integrazione fa cumulo nel calcolo del diritto alle detrazioni, all’assegno per il nucleo familiare e per l'Isee.

Conviene il Tfr in busta paga?

Il lavoratore che vuole valutare la convenienza della nuova misura deve considerare due cose:
  1. la rinuncia alla rivalutazione annuale del Tfr pari all’1,5% più 75% dell’inflazione tassata al 17%  (se il reddito sarà consumato, altrimenti va confrontato con il rendimento che si potrebbe ottenere investendolo in proprio)
  2. il regime di tassazione
E’ soprattutto quest’ultimo fattore ad influire sulla scelta.  Sui giornali è già stata indicata come la quota spartiacque sia di 15 mila euro. Fino a tale reddito l’aliquota Irpef è infatti pari al 23%, analoga a quella che colpirebbe il Tfr alla scadenza del rapporto di lavoro. Oltre tale soglia invece si pagherebbe di più.

Ma in realtà il reddito fiscalmente neutro è inferiore a 15.000 euro. Nel calcolo infatti i giornali non hanno considerato le addizionali regionali e comunali. Mediamente per la fascia di redditi fino a 15.000 euro le addizionali Irpef locali pesano per un ulteriore 2%, rendendo quindi sempre svantaggioso il ricorso al Tfr in busta paga. Senza considerare il rischio di perdere assegni familiari o altre detrazioni o benefici legati al livello di reddito Isee.

Per redditi superiori a 15 mila euro la tassazione separata a scadenza del Tfr è vantaggiosa per il lavoratore rispetto a quella ordinaria dell’anticipo anche senza considerare le addizionali locali. Se fino a circa 28.000 euro il divario è ridotto (circa 50 euro in più di imposta all’anno) oltre questa soglia la differenza balza da 300 euro in su.
Per questo l’anticipo dovrebbe essere richiesto solo in caso di effettivo bisogno, per esempio se evita di dover ricorrere a finanziamenti che costeranno sicuramente di più.

Piuttosto che ricorrere al versamento in busta paga, è preferibile ricorrere all’acconto aziendale, consentito dall’art. 2120 del codice civile, mediante il quale l’ impresa e lavoratori potrebbero stabilire l’erogazione una volta l’anno del tfr (una specie di quattordicesima che peraltro sarebbe più persuasiva anche sul fronte consumi). Oppure chiedere un anticipo in base alle opzioni già previste dalla legge (acquisto o ristrutturazione casa, e spese mediche).

La tabella di seguito illustra il caso di un lavoratore con reddito lordo di 20.000 euro. Nel caso di acconto aziendale il lavoratore percepisce 23 euro in meno rispetto al Tfr in scadenza, ma 124 euro in più rispetto al Tfr mensile in busta paga.

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Tfr nel Fondo Pensione

Ancora più pesante è la differenza nel caso in cui il Tfr sia destinato alla previdenza integrativa, che attualmente viene tassata dal 15 al 9%. In questo caso con l’anticipo in busta paga la pensione di scorta si riduce tra l’8 e il 22% dell'assegno mensile a seconda del reddito e della linea di investimento scelta (garantita o bilanciata).

Opinione sull’anticipo del Tfr

Di per se l’idea di lasciare la libertà al lavoratore di disporre del suo Tfr non è sbagliata. Non c’è infatti ragione di pensare che l’azienda, il Fondo Pensione o l’INPS ne facciano un uso migliore. Se il lavoratore riceve il Tfr in busta paga potrebbe scegliere liberamente se e dove investirlo o come consumarlo, magari per far fronte a difficoltà economiche momentanee o per saldare debiti. Ma se si dà una scelta alle persone bisogna anzitutto renderle eque (a livello di fiscale).

Inoltre è opportuno che lo Stato eserciti quell’azione "educativa" per far capire al lavoratore l’importanza di investire sul suo futuro, invece di consumare tutto subito magari per beni voluttuari. Quindi anche senza un obbligo di legge, dovrebbe fare una politica di educazione finanziaria in favore del risparmio e della previdenza, soprattutto ora che è acclarato che i futuri pensionati con il sistema contributivo avranno pensioni non sufficienti a mantenerne il loro tenore di vita.

Qui lo Stato invece da una parte spinge i “sudditi” a consumare anche edonisticamente ma al contempo li tassa maggiormente, depotenziando di fatto l’impatto di questa misura.
In sostanza i vantaggi ce li ha soprattutto, anzi solo lo Stato, che incassa imposte e magari anche un aumento dei consumi di cui vantarsi, a scapito della previdenza futura del lavoratore.

Il solo vantaggio del lavoratore è avere a disposizione un po’ di liquidità in più che, come visto, paga caro.  Di fatto economicamente il Tfr in busta paga non conviene mai e dovrebbe essere richiesto solo se si ha effettivamente bisogno di quei soldi, valutando  le possibili alternative come quella di chiedere l’anticipazione del Tfr o del fondo pensione (operazioni più convenienti).

Riassumendo il tutto concordo in pieno con le parole di Roberto Bagnoli sul Corriere della Sera:

“Il Tfr in busta paga si prospetta come un’operazione ideata per sostenere i consumi immediati, che conviene poco ai lavoratori e molto allo Stato, che pensa all’oggi ma penalizza fortemente il domani.  Con il Tfr in busta paga si perde sempre e comunque: in termini percentuali la penalizzazione aumenta con il crescere dell’età e della retribuzione”.

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1 commenti:

giulio ha detto...

Immaginavo fosse così!

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