La vera particolarità delle previsioni attuali, però, è un’altra: nessun grande analista ipotizza un calo dell’S&P 500 nel 2026. Nemmeno negli scenari più prudenti. Una discontinuità evidente rispetto al passato recente, quando la recessione era spesso data per imminente e il rischio di ribassi significativi era ampiamente messo in conto.
I target sull’S&P 500: ampia dispersione, ma tutta verso l’alto
Le stime per fine 2026 mostrano una forbice ampia, ma orientata esclusivamente al rialzo. Oppenheimer è la casa più ottimista, con un obiettivo a 8.100 punti, seguita da Deutsche Bank a 8.000. Morgan Stanley e Wells Fargo si collocano poco sotto, in area 7.800 punti.
Partendo dagli attuali 6.900 punti, lo scenario migliore implicherebbe un potenziale di crescita vicino al 17%, significativo ma ben lontano dalle performance esplosive viste nel periodo post-pandemia. All’estremo opposto non troviamo un vero scenario negativo: Stifel Nicolaus, la più prudente, vede l’indice intorno a 7.000 punti, seguita da Ned Davis Research poco sopra. In altre parole, lo scenario “peggiore” è sostanzialmente laterale.
Nel mezzo si colloca il consenso, che gravita attorno a 7.550 punti, con Goldman Sachs, Citigroup e Yardeni Research nella fascia centrale. La notizia, dunque, non è tanto la dispersione delle stime, quanto il fatto che la forchetta non include ribassi.
Dalla paura di recessione alla possibile compiacenza
Questo cambio di tono va letto con attenzione. Nel 2023 la recessione era considerata quasi inevitabile, uno scenario talmente condiviso da diventare un “trade affollato”. Alla fine non si è materializzata e i mercati hanno fatto ciò che spesso accade quando il pessimismo è eccessivo: hanno sorpreso al rialzo.
Oggi la situazione appare quasi speculare. La recessione è praticamente scomparsa dai radar e questo può essere interpretato in due modi: come segnale di resilienza dell’economia statunitense oppure come potenziale compiacenza, perché il rischio più pericoloso è spesso quello che nessuno sta più guardando.
Valutazioni elevate e rendimenti: il nodo centrale
Il vero punto critico per il 2026 resta però un altro: da dove può arrivare il rialzo se le valutazioni sono già tirate? I mercati azionari si muovono su tre grandi driver: crescita degli utili, valutazioni e dividendi. Negli Stati Uniti il contributo dei dividendi è relativamente limitato, mentre le valutazioni rappresentano oggi un vincolo evidente.
Wall Street scambia intorno a 22 volte gli utili attesi, un livello che lascia poco spazio a ulteriori espansioni dei multipli. In questo contesto, se l’indice salirà , lo farà soprattutto grazie all’unica leva rimasta: la crescita degli utili.
Utili sotto i riflettori: la vera scommessa del mercato
Ed è proprio qui che si concentra l’ottimismo degli analisti. Gli utili per azione (EPS) dell’S&P 500 per il 2026 sono stimati in media a 306 dollari, con uno scenario più favorevole che arriva a 320 e uno più prudente che scende verso 280–285. Una forchetta ampia, ma orientata verso l’alto.
Questa aspettativa di crescita degli utili è il motivo principale per cui i target sull’indice non scivolano in territorio negativo: il mercato non sta scommettendo su una compressione degli EPS, ma su un loro rafforzamento, seppur con intensità diverse a seconda degli scenari.
Un mercato diverso da quello del passato
Il tema delle valutazioni va però letto anche in chiave strutturale. L’S&P 500 di oggi non è quello di quarant’anni fa. Il peso dell’innovazione è passato dal 19% degli anni ’80 al 49% attuale. Tecnologia, software e comunicazioni dominano la capitalizzazione dell’indice e, per loro natura, scambiano a multipli più elevati rispetto ai settori tradizionali.
Questo non rende le valutazioni irrilevanti, ma ne cambia il significato: un P/E a 22 volte oggi non è direttamente confrontabile con lo stesso multiplo del passato.
I rischi da non sottovalutare
A spiegare la dispersione delle stime contribuisce anche il diverso peso attribuito ai rischi. Tra quelli più citati figurano possibili shock macro e finanziari: il Giappone con tassi e yen in rialzo e i potenziali effetti sul carry trade, le fragilità del private credit, la concentrazione estrema dell’equity statunitense su pochi titoli a grande capitalizzazione.
Dall’altra parte, c’è chi punta sui fattori strutturali: aumento della produttività legato all’intelligenza artificiale, utili in crescita e un contesto in cui banche centrali e governi, pur con toni più prudenti, continuano a garantire liquidità al sistema.
Un anno di verifica, non di certezze
La sintesi è chiara: il 2026 viene raccontato come un anno di verifica, non di recessione. Wall Street è percepita come cara, ma non necessariamente fragile. Nessuna banca d’affari prevede oggi una chiusura d’anno sotto i livelli attuali, segnale di una fiducia diffusa che può rivelarsi sia una conferma di resilienza sia un punto cieco.
Per questo è fondamentale ribadire un concetto spesso dimenticato: le previsioni restano tali. La partita, e la performance dei mercati, resteranno nelle mani della capacità delle aziende di continuare a sorprendere sul fronte dei profitti e della tenuta del quadro macro. Affrontare il 2026 con aspettative realistiche e un approccio prudente resta, ancora una volta, la scelta più sensata.

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