La "trappola" delle parole magiche: Capitale Garantito e Cedole
Le banche sanno che i risparmiatori italiani amano la sicurezza. Per questo usano termini rassicuranti come "capitale protetto" o "garantito". Molte persone accettano questi suggerimenti perché hanno liquidità ferma sul conto e temono di investire nei mercati azionari quando i prezzi sono alti. Tuttavia, c'è una grande differenza tra un prodotto sicuro e uno che appare tale. La realtà è che questi strumenti sono estremamente complessi. Spesso hanno nomi incomprensibili, come "Digital Protection Certificate di tipo quanto", che persino per gli esperti possono risultare oscuri. Persino il documento informativo (KID) che la banca è obbligata a consegnarti contiene spesso una frase allarmante: "State per acquistare un prodotto che non è semplice e che può essere di difficile comprensione".
Perché la banca insiste tanto proprio ora?
La spinta che ricevi dal tuo consulente bancario non nasce quasi mai da un'analisi dei tuoi bisogni, ma da pressioni commerciali interne. I sindacati dei bancari, come la FABI, denunciano da tempo le forti pressioni che i dipendenti subiscono per vendere questi prodotti. Il motivo è semplice: le commissioni. I certificati sono molto "cicciosi" per chi li vende. Se acquisti un certificato durante la fase di emissione (quando la banca te lo propone attivamente), potresti pagare una commissione d'ingresso dell'1,5% o superiore. È in quel momento che la banca "fa budget" e guadagna di più.
I rischi che nessuno ti spiega chiaramente
Oltre alla complessità e ai costi, ci sono tre rischi fondamentali che spesso vengono omessi durante il colloquio in filiale:- Il rischio fallimento (Bail-in): Il capitale è "garantito" solo se la banca che ha emesso il certificato non fallisce. I certificati sono obbligazioni non garantite: se l'emittente salta, rischi di perdere tutto, esattamente come con un'obbligazione qualsiasi.
- Guadagni "tagliati": Se il mercato va molto bene, tu non guadagnerai tutto il possibile. Il certificato ti pagherà solo la cedola fissa prestabilita, mentre la banca si terrà tutto l'extra-rendimento.
- Dividendi persi: Quando investi in un certificato legato a delle azioni, i dividendi (che possono valere il 3-4% all'anno) non vanno a te, ma vengono trattenuti dalla banca.
- Difficoltà a rivendere: Se hai bisogno di riavere i tuoi soldi prima della scadenza, scoprirai che questi titoli sono poco liquidi. Potresti dover accettare un prezzo molto più basso di quello di mercato a causa dello "spread", ovvero la differenza tra chi compra e chi vende, che può costarti anche l'1,26% in un solo colpo.
Esistono alternative migliori?
Nonostante la banca li presenti come lo strumento perfetto, per il 99% dei risparmiatori è meglio stare alla larga dai certificati. Se il tuo obiettivo è proteggere il capitale e avere un piccolo rendimento, esistono strade molto più semplici, trasparenti ed economiche:- Titoli di Stato o obbligazioni dirette: Più facili da capire e spesso meno rischiosi.
- ETF (Exchange Traded Funds): Strumenti che replicano il mercato con costi bassissimi e massima trasparenza.
In sintesi, la prossima volta che la banca ti propone un certificato, ricorda che investire in ciò che non capisci è il primo rischio da evitare.
Se sei un investitore esperto con buona conoscenza dei mercati e dei certificates, invece il loro inserimento nel portafoglio può migliorare il rapporto rendimento/rischio. Ovviamente resta il consiglio di non acquistare mai in fase di collocamento allo sportello visto che regaleresti una bella commissione implicita alla banca. Se vuoi saperne di più puoi leggere I certificati di investimento di Giovanni Borsi e seguire i webinar di Francesca Fossatelli.
Vuoi iniziare a investire in autonomia o capire meglio cosa ti viene proposto dal promotore finanziario o dall'impiegato in banca? Leggi Impara a Investire come i Guru.

Nessun commento:
Posta un commento