Le azioni delle banche italiane tra rischi e opportunità

In questi giorni parecchi investitori stanno guardando con preoccupazione la Borsa, in particolare i titoli bancari. Sono infatti molti in Italia i detentori di azioni bancarie: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte Paschi di Siena, Ubi Banca, Banco Popolare, Popolare di Milano etc, che rappresentano infatti il settore principale del mercato azionario nazionale.

Il valore delle azioni delle banche italiane si è più che dimezzato dal novembre scorso. Tutte le banche, non solo quelle più in difficoltà come MPS o Carige. E tra le quotate non ci sono la Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui azionisti hanno visto praticamente azzerato il loro investimento.
C’è chi parla di speculazione. Sicuramente c’è del vero, d’altronde come giustificare una volatilità assurda per cui alcuni titoli hanno fatto per esempio +7% un giorno e -10% il giorno successivo senza reali notizie che giustificassero questi strappi. Ma la speculazione non è la vera causa di questa volatilità, semmai la conseguenza.

Le banche italiane hanno aperto la scorsa settimana pesantemente in rosso. Paradossale visto che l’unica novità apparente era positiva: le banche italiane avevano tutte superato gli stress test della BCE, esclusa MPS il cui risultato era comunque scontato. Anzi, anche l’approvazione da parte della BCE del piano di risanamento della banca senese poteva esser visto come un punto a favore per la stabilità del sistema.

La scorsa settimana poi le principali banche italiane hanno pubblicato i risultati del secondo trimestre 2016, risultati generalmente in linea o oltre le aspettative. Perché quindi il crollo degli ultimi giorni? Perché il crollo da novembre 2015?

I problemi delle banche italiane


L’immagine del Sole 24 Ore (clicca per ingrandire) rappresenta bene gli eventi che hanno segnato il trend delle banche italiane negli ultimi mesi.



Tutto è iniziato a novembre 2015, in un clima di apparente tranquillità, in occasione del salvataggio di quattro istituti in crisi ( Popolare Etruria, CariChieti, Banca Marche e CariFerrara) per anticipare il temuto bail in. Oltre che tardivo e pasticciato, l’intervento del governo italiano prevedeva la vendita ad una bad bank dei crediti in sofferenza valorizzati al 17,5% del loro valore originario. Un numero che crea allarme visto che mediamente le banche valorizzano a bilancio questi crediti al 40%. Se dovessero svalutare al 17,5% avrebbero una perdita di circa 40 miliardi.

Poi il Banco Popolare che viene costretto dalla BCE a fare un aumento di capitale per ottenere il consenso alla fusione con BPM. Aumento da fare anche se gli indici di solidità rispettavano i parametri (e alla luce dei recenti risultati dello stress test, ci si chiede perché è stato necessario l’aumento).

Ora il piano MPS che prevede di svalutare anche i debiti incagliati (quelli con qualche timore di riscossione, per esempio per ritardi, anche se non ancora in sofferenza) al 40%.

Ogni volta che le autorità politiche e bancarie sono intervenute, hanno insomma generato più dubbi che certezze sul mercato. Mercati che ogni volta si sono chiesti se queste fossero eccezioni o la regola, e su questa base ha agito. Gli Hedge Funds speculativi non si sono mossi a caso, hanno semplicemente sfruttato l’incertezza. Perché questa è la principale miccia che scatena volatilità e crolli in Borsa.

Il tema dei crediti deteriorati delle banche italiane rimane sempre in primo piano. E i mercati hanno capito che tutte le soluzioni prese e prospettate (fondo Atlante che ha salvato Vicenza e Veneto Banca, piano di risanamento di MPS, Atlante 2 etc), pur se utili, non sono risolutivi.

La redditività e i rischi per i clienti


C'è poi un altro problema per le banche italiane, in realtà tutte le banche europee: la redditività.
I tassi zero, se non addirittura negativi, riducono i margini da interesse degli Istituti finanziari, la loro principale fonte di ricavi.

Il business delle banche infatti consiste nel raccogliere denaro dai depositanti e prestarlo ad altri soggetti (famiglie ed imprese) ad un tasso d’interesse più elevato, intascandosi la differenza, il cosiddetto spread o margine. Ma con i tassi d’interesse ai minimi storici lo spread è oggi bassissimo e di conseguenza le banche guadagnano poco.

Per tale ragione le banche stanno cercando fonti di ricavi alternative, a partire dai fondi di investimento e dalle polizze vita che offrono alte commissioni già al momento della sottoscrizione.

E nel tentare di collocare questi prodotti, possono sfruttare il disorientamento degli investitori italiani di fronte a questa anomala situazione di mercato. I tassi zero costringono spesso i risparmiatori italiani a mantenere i soldi sul conto corrente. Le banche quindi possono aver buon gioco a sponsorizzare i loro fondi e le loro polizze vita.

In conclusione, se sei azionista (o se pensi di diventarlo) delle banche, devi saper sopportare questa fase di incertezza, sapendo che la soluzione non ci sarà a breve. Ci saranno quindi momentanee riprese e successivi ristorni.

Se sei un semplice cliente, il mio consiglio è, se vuoi investire sui mercati azionari o obbligazionari, puntare piuttosto ai meno costosi Etf. Se proprio si deve scegliere un fondo di investimento, meglio prima fare una ricerca e selezione sul sito di Morningstar, evitando di sottoscrivere per forza quello proposto dalla banca (e se la tua banca non propone quel fondo o ti fa pagare alte commissioni sugli Etf, apri un conto online con Fineco o altra banca online con commissioni ridotte sul trading e piattaforma aperta sui fondi).

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