Perché le banche italiane fanno utili record

Le principali banche italiane hanno da poco reso noti i risultati del primo trimestre 2018. Come ha titolato il Corriere Economia, sembra che le banche siano uscite dalla crisi.

A dire il vero è da tempo che i principali istituti finanziari nazionali chiudono in utile. Nel primo trimestre c'è pero stato un exploit oltre le attese: le prime otto banche italiane hanno chiuso con un risultato globale superiore ai 3 miliardi. Le prime due (Intesa Sanpaolo e Unicredit) hanno superato il miliardo di utile, il miglior risultato degli ultimi 10 anni. Per Bper (Popolare Emilia Romagna) l’utile trimestrale è addirittura il migliore di sempre.

utili banche italiane


E che le cose per le banche vadano molto bene, lo confermano le banche in crisi. Sia Monte dei Paschi di Siena che Carige chiudono in utile dopo parecchi anni in rosso.

Dove guadagnano le banche

Nel descrivere i risultati del trimestre, Banca Intesa cita il “miglioramento della qualità del credito, aumento dell’efficienza puntando sui ricavi commissionali come principale voce di entrata”.

I ricavi da commissioni sono in effetti i due indicatori cresciuti di più, in particolare per le prime due banche. Questi derivano in sostanza da tutti i vari costi che i clienti pagano. Dalle spese di gestione o il canone sui conti correnti (recentemente aumentato), alle commissioni di istruttoria o le spese di incasso rata sui finanziamenti e soprattutto i costi collegati agli investimenti.

Non potendo appieno sfruttare i margini da interesse (causa i tassi di mercato ridotti) le banche stanno puntando sulle commissioni e le voci più facili da spingere sono le commissioni su fondi di investimento, sicav e polizze. Non è un caso quindi che questi tipi di investimento siano in aumento, proposti e spinti allo sportello bancario.

Sui fondi di investimento ho già avuto modo di scrivere recentemente, consigliando di optare per i più economici e soprattutto redditizi Etf.

Gli svantaggi di scegliere un fondo comune di investimento in banca è che:
  1. sei limitato a quanto ti offre la banca, vale a dire solo i fondi della casa (salvo tu sia un cliente con alto patrimonio, cosiddetto private). Fondi che non si contraddistinguono positivamente per costi e risultati. Del resto, essendo venduti a clienti generalisti allo sportello, mirano più a replicare l’indice che a batterlo. A questo punto quindi tanto meglio l’Etf che fa lo stesso a costi ben inferiori!
  2. paghi costi elevati. Oltre alla commissione di gestione annua molto più alta rispetto ad un fondo passivo, puoi pagare una commissione di ingresso. In più paghi indirettamente i costi per la movimentazione del fondo che si ripercuote negativamente sui risultati (la ricerca di Mediobanca ha dimostrato come i fondi italiani siano quelli con maggiore movimentazione in Europa). Ma la spesa più assurda e truffaldina è la commissione di performance, un costo che dovrebbe premiare il gestore che è riuscito a battere il mercato, ma che per gli astrusi metodi con cui viene calcolata, puoi pagare anche quando sei in perdita o guadagni meno del mercato. Paghi insomma un premio a qualcuno che ha fatto quello che poteva fare chiunque o pure peggio!

Educazione finanziaria e concorrenza

Anche se gli Etf sono sempre più conosciuti e apprezzati dagli investitori italiani, la quota di fondi attivi venduti in Italia rimane sempre preponderante e ci colloca ai vertici mondiali del settore. La scarsa educazione finanziaria e il potere contrattuale delle banche non consente agli Etf di trovare il successo trovato altrove, soprattutto negli Stati Uniti dove, guarda caso, la concorrenza è maggiore e pure i fondi di investimento attivo sono stati costretti a ridurre costi e migliorare le performance.

Tuttociò anche con la complicità dei giornali tradizionali che pubblicano titoloni sul successo dei fondi (qualche anno fa era la moda di quelli con la cedola, ora dei PIR) lasciando credere che ciò sia dovuto alla domanda dei risparmiatori, mentre è evidente che sia l’offerta a spingere questi prodotti. Offerta (di banche, promotori, società di gestione, assicurazioni) che ancora oggi dominano il mercato. Prova ad andare in banca e chiedere per un investimento, il consiglio riguarderà fondi della casa, polizze vita dell'assicurazione convenzionata con la banca o in alcuni casi pure i certificates.

Ovvio quindi che banche e assicurazioni abbiano il vento in poppa nonostante i problemi sui crediti e il margine da interessi ridotto (in realtà, anche su questo aspetto le banche riescono ormai a raccogliere a costo zero e, a parte i mutui, prestare ad interessi vicini a quelli pre crisi).

La colpa, e non mi stancherò mai di ripeterlo, non è delle banche, del banchiere o dell’impiegato allo sportello. La colpa è anzitutto del cliente risparmiatore che ancora si affida ciecamente a proposte altrui. La scarsa educazione finanziaria italiana è sintomatica ma spesso sfugge alle normali regole del buon senso. Se dobbiamo fare un acquisto anche solo di qualche centinaio di euro, passiamo ore o giorni per raccogliere informazioni e opinioni, fare confronti e selezionare il prodotto che riteniamo migliore. In banca invece mettiamo tranquillamente migliaia di euro nelle mani di una persona il cui interesse non è quello di farti guadagnare ma spendere in commissioni.

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