Le Cacs sui Btp e gli altri titoli di Stato

Dal 2013 sui titoli di Stato italiani si applicano le cosiddette Cacs, le clausole di azione collettiva che consentono all’emittente (quindi in questo caso allo Stato) di rinegoziare il debito in base a regole predeterminate.

clausola cacs btp

La grandissima maggioranza degli investitori ignora la presenza di queste clausole, mentre chi ne è informato non è comunque in grado di valutarne i rischi e la portata.


Cosa prevedono le Cacs sui titoli di Stato

Le Cacs sono clausole introdotte con il trattato sul Fondo Salva Stati, sono quindi clausole uniformi a livello europeo al fine di garantire un impatto identico e ordinato in caso di crisi di uno Stato.
Queste clausole riguardano tutti i titoli di Stato poliennali europei, inclusi quelli indicizzati all’inflazione, collocati a partire dal 1° gennaio 2013. Sono esclusi i titoli di durata non superiore all’anno (come i BoT) oppure vecchi titoli emessi in precedenza e rimessi in asta nel 2013.

Le clausole prevedono un meccanismo preciso e rapido in caso di ristrutturazione del debito. Basta infatti l’accordo della maggioranza qualificata dei creditori (il 75%) per estendere le modalità di ristrutturazione a tutti i possessori del titolo.

Due quindi sono i presupposti:
  1. crisi di uno Stato che comporta la ristrutturazione del debito
  2. un accordo con i creditori per un la modifica delle condizioni originarie
Le modalità di ristrutturazione possono essere varie e non presuppongono per forza una riduzione del debito; per esempio potrebbero essere un semplice allungamento della durata del debito.

Impatti, rischi e scopo delle Cacs

Queste clausole sono state introdotte per garantire un processo ordinato in caso di default di uno Stato. Si è visto infatti come in casi analoghi i creditori non sono stati trattati tutti allo stesso modo. Inoltre il ricorso di alcuni ha allungato tempi e costi della ristrutturazione. Il caso emblematico è l’Argentina, un default confusionario che si trascina ancora oggi.

Di fatto si potrebbe essere portati a pensare che il fatto che un titolo includa delle clausole di ristrutturazione lo renda più rischioso (e di conseguenza dovrebbe pagare interessi più alti).
In realtà le clausole di per sé non aggiungono rischiosità ai titoli. Ogni investimento va valutato anzitutto per le sue caratteristiche, per il suo rendimento, per il rischio emittente e così via. Nel nostro caso è il rischi emittente, e quindi il rischio Paese che va valutato, non la presenza di clausole per la liquidazione ordinata.

Se un Paese va in default non lo fa perché ha emesso titoli di Stato con le Cacs. Semplicemente queste clausole assicurano un processo veloce e ordinato. Ma come insegna la Grecia, anche in assenza di tali clausole i risparmiatori vedrebbero ristrutturato il loro credito. Non c’è quindi una sostanziale differenza fra il debito pre e post 2013, la vera variabile da valutare è il rischio Italia, rischio che se per ora attenuato dalle politiche della Banca Centrale, non è mutato per nulla dai momenti più drammatici della crisi (anzi, se si considera il rating delle Agenzie è pure peggiorato).

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